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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C

Costui accoglie i peccatori e mangia con loro.
Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15-32)

Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio“. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato“. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

“Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola…” (Lc 15,1-2).
A un uditorio di mormoratori Gesù racconta le tre parabole dei perduti ritrovati. Quale nuova idea di Dio ci rivelano? Tra tutte le parabole sono indubbiamente le più sconvolgenti perché ci insegnano anzitutto che Dio si interessa di ciò che è perduto e che prova grande gioia per il ritrovamento di ciò che è perduto. Inoltre, Dio affronta le critiche per stare dalla parte del perduto: il padre affronta l’ira del figlio maggiore con amore, con pace, senza scusarsi. Gesù affronta le critiche fino a farsi calunniare, critiche che si riproducono continuamente e quasi infallibilmente. Perché tutte le volte che la Chiesa si ripropone l’immagine di Dio che cerca i perduti, nasce il disagio. E ancora, Dio si interessa anche di un solo perduto. Le parabole della pecorella perduta e della donna che fatica tanto per una sola dramma perduta, hanno del paradossale per indicare il mistero di Dio che si interessa anche di uno solo perduto, insignificante, privo di valore, da cui non c’è niente di buono da ricavare. Ciò non significa evidentemente che dobbiamo trascurare i tanti, però è un’immagine iperbolica dell’incomprensibile amore del Signore. Per questo l’etica cristiana arriva a vertici molto esigenti, che non sempre comprendiamo perché non riusciamo a farci un’idea precisa della dignità assoluta dell’uomo in ogni fase e condizione della sua vita.

Un Padre di una tenerezza inimmaginabile
Il Vangelo di questa domenica lo accogliamo come un testo fondamentale in questo svolgersi dell’Anno Santo della misericordia. E’ la parabola del padre buono che lascia la libertà al figlio anche di sbagliare, di andarsene sbattendo la porta, offendendo, sciupando tutte le sue sostanze, rovinando la propria vita. Il padre attende, spera ogni giorno il suo ritorno, lo ama nel suo cuore misericordioso. E quando lo vede ancora da lontano, gli corre incontro, gli butta le braccia al collo, vuole una grande festa. Sono intensi i verbi con cui si descrive il comportamento del padre: “Ancora lontano lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo baciò, disse ai servi: preparate una grande festa”. “Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato“. Dio è così, è Padre, è amore, è misericordia e tenerezza infinita.
Ciascuno di noi è quel figlio, invitato a tornare al Padre, a lasciarsi abbracciare dal suo calore, dalla sua tenerezza, a lasciarsi commuovere da quel suo cuore che non può amare più di così. Forse è bene non fermarsi a questi due figli, in fondo piccoli e meschini tutti e due, che rappresentano molto bene anche noi. È importante guardare il padre.
Scrive Paolo Curtaz: “Io vedo un Padre che lascia andare il figlio anche se sa che si fà male, correndo un immenso rischio educativo (chi l’avrebbe lasciato andare?) Vedo un Padre che scruta l’orizzonte ogni giorno, senza rancore, senza rabbia, con una pena infinita. Vedo un Padre che corre incontro al figlio minore, che lo abbraccia. Che non gli rinfaccia né chiede ragione dei soldi sprecati, che non lo accusa, che smorza le sue scuse, che gli restituisce dignità, che festa. Vedo un Padre che esce a pregare lo stizzito fratello maggiore che tenta di giustificarsi, di spiegare le sue buone ragioni. Un Padre che cerca di guardare all’essenziale e insegna a guardare oltre le apparenze, a non giudicare superficialmente, a usare la misericordia più della giustizia.
Vedo questo Padre che accetta la libertà dei figli, che pazienta, che indica, che stimola. Lo vedo e impallidisco. Dio è così? fino a tal punto? così tanto? Sì, è così!”
Possiamo allora chiederci: Come vivo questo fede in Dio? Quant’è grande la mia fiducia, il mio affidamento a Lui? So accogliere il suo amore, la sua tenerezza, il suo perdono, la sua misericordia? In questo rapporto vero, profondo, continuo, toccante con il Signore so trasformare la mia vita in amore verso di Lui e verso i tanti fratelli che lui mi fa incontrare e tutti quelli che Lui mi dona come “fratelli” nel mondo?
So essere un testimone e un evangelizzatore dell’amore, del perdono, della tenerezza di Dio, che Padre appassionato di tutti?

Sabato Della XXIII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene.
L’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,43-49)

Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

“L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore”. Perché prendiamo queste e molte altre parole di Cristo come massime di buona condotta, o come meri consigli che Gesù ci ha dato e che noi dovremmo sforzarci di seguire? Perché diciamo: “Signore, Signore”, ma non facciamo quanto ci dice Gesù? Ora, Gesù ci dice che, in lui, con lui e tramite lui, noi siamo figli di Dio. C’è in noi un tesoro posto da Dio stesso. Questo tesoro è la vita stessa di figli.
La similitudine dell’albero buono che dà spontaneamente buoni frutti dovrebbe farci capire. Gesù ci chiede di produrre buoni frutti, perché sa da che albero proveniamo, sa di che vite noi siamo i tralci. Questo albero, questa vite è lui. La sua vita è in noi. Le parole di Gesù non sono massime o semplici consigli: noi siamo davvero figli di Dio. La nostra vita di uomini cristiani, perché sia costruita solidamente, deve essere costruita su questa vita, su questo tesoro posto in noi nel giorno del battesimo, tesoro che chiede di essere arricchito. Gesù sa che noi possiamo produrre buoni frutti, se viviamo la sua vita.
“Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica…”. Andare verso Gesù tramite la preghiera e i sacramenti. Andiamo verso Gesù per ascoltare la sua parola di verità e produrremo buoni frutti. Il tesoro è in noi grazie alla potenza dello Spirito che ci è stato donato.

Ogni albero si riconosce dal suo frutto
Vi è una parola di Gesù detta ai farisei che ci aiuta a comprendere la divina verità manifestata a proposito degli alberi e dei loro frutti. Essa è stata proferita alla fine della disputa in difesa dell’accusa di essere un alleato di Satana, un suo strumento.
In quel tempo fu portato a Gesù un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. Tutta la folla era sbalordita e diceva: «Che non sia costui il figlio di Davide?». Ma i farisei, udendo questo, dissero: «Costui non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni». Egli però, conosciuti i loro pensieri, disse loro: «Ogni regno diviso in se stesso cade in rovina e nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi. Ora, se Satana scaccia Satana, è diviso in se stesso; come dunque il suo regno potrà restare in piedi? E se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Ma, se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. Come può uno entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega? Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde.
Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro. Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive. Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Mt 12,22-37).
I farisei sono razza di vipere. La loro parola è sempre un veleno di morte. Come dalla vipera viene fuori un veleno sempre letale, così dalla bocca dei farisei esce una parola che semina morte, mai essa potrà dare vita. Anche se essi volessero, non potrebbero, perché sono cattivi nella natura. La loro è vera natura di vipera. Non sono essi ad immagine di Dio, ma di Satana. Così grande è la trasformazione della loro natura. Questa verità vale per ogni uomo. Non può pensare il bene chi è natura di male, natura corrotta. Non può creare pace chi è natura di odio, rancore, astio, invidia, superbia. Non può produrre misericordia una natura che si è fatta egoismo. La natura solo uno la può cambiare: lo Spirito Santo, che è frutto della natura santissima di Gesù Signore.
Il pensiero contorto dell’uomo di oggi è in verità assai strano. Si vuole la persona umana sciolta da ogni vincolo naturale e soprannaturale con il bene in sé, bene della sua natura. Ci si abbandona ad ogni immoralità, impudicizia, trasgressione dei comandamenti, poi da questa natura ben corrotta si pretendono frutti di bene. Stoltezza più grande non esiste. Si coltivano spine e poi si vorrebbe vendemmiare uva. Si semina la zizzania nella storia e si vorrebbe mietere del buon grano. La nostra storia è una casa fondata sul nulla morale. Essa perisce ad ogni più piccola intemperie. A volte è sufficiente un piccolo litigio ed è già l’omicidio. La casa crolla. Sempre crollerà.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci di natura divina.

Venerdì Della XXIII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello
e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

“Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”. La misericordia: il troppo amore che si riversa dal cuore di Dio sul mondo. L’amore di Dio è sovrabbondante, Dio non può contenere il proprio amore. Così l’ha riversato nei nostri cuori. Il mondo non crede spontaneamente all’amore. Ma, solo l’amore può trasformare il mondo. Esso può fondere il metallo più resistente e spezzare i materiali più forti. La misericordia è il culmine dell’amore, la perfezione dell’amore. È Dio che ama al di là dell’amore, se ciò è possibile. Dio ci invita ad amare fino al punto in cui l’amore diventa misericordia. Solo la misericordia può fare sì che noi non giudichiamo e non condanniamo. Il nostro mondo ha bisogno di cristiani misericordiosi, proprio come Dio è misericordioso. Saremo testimoni della misericordia, della sovrabbondanza d’amore che c’è in Dio, nei confronti di ogni uomo? Sì, se lasceremo che cresca in noi il dono della carità, che è l’amore di Dio nel cuore dell’uomo. È al cuore di Dio che dobbiamo attingere l’amore misericordioso a cui siamo invitati da Cristo. Esso è un dono che, se lo chiediamo, Dio non può rifiutarci.

Togli prima la trave dal tuo occhio
Gesù non vuole una comunità di ciechi spirituali, di persone che non conoscono Dio e non sanno nulla della sua verità e della sua Parola. La cecità spirituale è frutto della superbia e della concupiscenza che governano il cuore e producono il frutto maligno dell’ipocrisia, frutto velenoso che uccide chiunque ne dovesse assaggiare.
La religione che si viveva al suo tempo mostra il triste spettacolo della cecità spirituale e dell’ipocrisia che aveva corrotto tutta la Parola del Signore: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi. Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Cfr Mt 23,13-28). Questa religione Gesù proprio non la vuole. È una religione senza vera fede, perché senza vera Parola del Padre suo. I danni di essa sono oltremodo incalcolabili. Con essa la moralità è bassissima.
Gesù invece vuole i suoi discepoli umili, piccoli, saggi, prudenti, accorti, intelligenti. Li vuole garbati in ogni cosa. Vuole che essi pongano ogni attenzione alla propria elevazione spirituale, morale, dottrinale, conoscitiva. Vuole che essi crescano di virtù in virtù e di grazia in grazia, fino al raggiungimento della perfezione morale, spirituale, culturale. Una volta che loro vivono in grazia di Dio e progrediscono nella sapienza, intelligenza della fede e della morale, da forti e da viventi nel Signore e per il Signore possono aiutare i fratelli.
È questa la vera umiltà: sapere che ognuno di noi è in cammino. Da viandante non può fare subito da maestro agli altri. Deve pensare che anche lui ha bisogno di un grandissimo tempo di apprendimento, crescita, maturazione, elevazione e per questo deve rivestirsi di infinita pazienza verso i suoi fratelli di fede. Dall’umiltà poi deve passare alla grande carità. Ogni correzione deve essere il frutto di una immensa ed infinita carità che governa anima e spirito, mente e cuore. Si vuole che l’altro si elevi fino alla perfezione di Cristo Gesù e per questo lo si aiuta in quest’opera di conformazione al suo Maestro e Signore sempre con infinita prudenza.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, dateci la vista del vero bene.

Giovedì Della XXIII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Giuseppe non temere di prendere con te Maria, tua sposa.
Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-23)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Quando si annuncia una bella giornata radiosa, ce ne si accorge fin dal mattino, dall’aurora. In questa prospettiva la devozione popolare ha spinto la Chiesa a festeggiare non solo la nascita di Gesù ma anche il compleanno di sua Madre! Festeggiare la nascita di una persona significa sempre rallegrarsi della sua presenza, della sua venuta. Così accade, in modo del tutto particolare, per Maria di Nazareth: la sua nascita è salutata come una benedizione per tutti noi perché, attraverso di lei, ci è stata donata la salvezza in Cristo. La tradizione popolare, poi, ha voluto attingere ai vangeli apocrifi, in particolare la protovangelo di Giacomo, per avere ulteriori informazioni: Maria viene presentata come una fanciulla consacrata al Tempio e cresciuta nella preghiera e nel silenzio. Poco importa se queste informazioni si perdono nelle nebbie del passato: a noi basta sapere che questa straordinaria credente ci ha permesso di attingere al vero volto di Dio. Il suo “sì” al folle progetto del Padre ci ha donato la salvezza. Anche i nostri piccoli “sì” alla volontà di Dio sono portatori di benedizione e di salvezza per noi e per chi verrà dopo di noi…

Mercoledì Della XXIII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Le Beatitudini.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,20-26)

Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Luca, nel suo vangelo, pone le beatitudini appena dopo la scelta dei Dodici: è questa la carta costituzionale del Regno, da qui dovranno partire gli apostoli per vivere l’immensità e la tenerezza di Dio, a questa pagina loro e noi dovranno per sempre confrontarsi per essere testimoni. E Gesù non parla di organizzazione, di potere, di compromessi, di forza, di ostentazione. Parla di povertà, di desiderio, di sofferenza vissuta con evangelica serenità, i valori portanti che rendono trasparente l’annuncio. Luca, diversamente da Matteo, aggiunge alle beatitudini quattro “guai” che completano le precedenti affermazioni, mettendoci al riparo da inutili rischi. Stiamo attenti a non crogiuolarci nella sazietà, a non porre la nostra consolazione nella ricchezza, a non vivere con superficialità, a non cercare l’applauso delle folle. È una pagina ostica, urticante, dura, che mette in radicale crisi in modello di successo che ci viene proposto dal nostro inquieto mondo. Modello mondano che rischia di avvelenare i discepoli, che spesso di ripropongono nella Chiesa le stesse dinamiche distruttive di fuori. Converti i nostri cuori alla semplicità del Regno, Signore, aiutaci a leggere la nostra vita e ad orientare le nostre scelte a partire da questa pagina, a verificare, rigo per rigo, che ogni piano pastorale e ogni scelta ecclesiale da questa pagina parta e a questa pagina porti.

Martedì Della XXIII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Gesù, dopo aver passata la notte sul monte a pregare,
scelse i Suoi dodici discepoli.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,12-19)
Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici
, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Come vivere questa Parola?
Gesù è all’inizio del suo apostolato. Ha appena scelto i dodici dopo una notte di intensa preghiera sul monte, il luogo del “a tu per tu” con Dio, il luogo da cui, il giorno della trasfigurazione, gli apostoli non vorrebbero più scendere: “È bello per noi essere qui” (Lc 9,33). L’esperienza di Dio è sempre qualcosa che ti afferra dentro, aprendoti squarci di luce nel grigiore del quotidiano. Eppure il posto in cui siamo chiamati a vivere non è lì, in quegli sprazzi di cielo, che pure sono indispensabili per non smarrirsi in vicoli ciechi. Gesù stesso se li concede con una certa frequenza, in particolare nella “notte” quando sembra che tutto sia inghiottito dalle tenebre e tutto tace, ingigantendo guaiti lontani e rendendo sospetto ogni rumore… Sono le ore difficili che tutti, nella vita, siamo chiamati ad attraversare. Ore feconde che ci mettono dinanzi agli occhi la nostra fragilità e povertà esistenziale e ci fanno desiderare di “toccare” Colui che solo può sostenere la nostra debolezza, guarire le nostre infermità. Ore in cui il ricorso a Dio ti urge dentro, in cui prendi coscienza che lui solo conta e in lui solo c’è pace. E quando ti immergi in lui, non vorresti più staccartene. Ma è proprio allora che avverti imperiosa la chiamata di Gesù: vuole che tu esca dalle tue notti vivificate dal contatto più intimo con lui, trasformato in apostolo.
Ora egli addita la via della discesa a valle dove altri brancolano ancora nel buio, invocando la luce, cercando il contatto vivificante con Gesù. È a loro che egli ci manda perché raccontiamo la nostra esperienza, riaccendendo nei cuori la speranza.
Oggi, lasciamoci raggiungere dall’invito di Gesù che ci vuole suoi apostoli impegnati a donare al mondo luce. Chiediamoci in quale “valle” dobbiamo svolgere il nostro apostolato e cosa possiamo fare in concreto.
Signore, sì, è bello sostare in preghiera accanto a te. Ma questo non deve diventare un godimento egoistico, ma un momento di ricarica per donarti donandomi.
I libri, i documenti, i ragionamenti non ci potranno mai convincere e convertire. Ciò di cui c’è bisogno è la luce di una vita, l’irradiamento di un volto, il battito di un cuore: è il dono di tutta una vita.

Lunedì Della XXIII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Gesù guarisce di sabato un paralitico,
Ma i farisei, fuori di sé dalla collera, lo accusano.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,6-11)
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

La disputa sul sabato giunge al suo apice di incomprensione e di violenza. I farisei e gli scribi sbroccano, sono fuori di sé, danno di matto quando Gesù li mette al muro. Non è certo venuto per trasgredire le norme, anche se sa ben distinguere cosa viene da Dio e cosa viene dagli uomini, i famosi numerosi precetti orali che il pio israelita era tenuto ad osservare. E certamente non vuole mettere in discussione una delle intuizioni più originali del popolo di Israele, quella del sabato come momento di memoria della libertà e della dignità dell’essere umano! Ma il messaggio che Gesù porta avanti è potente: Dio non ha gravato i credenti con norme assurde fatte per manifestare la propria divina autorità ma per renderli liberi! Sia chiaro: all’epoca molti rabbini, esattamente come fa Gesù, anteponevano il bene della persona al rispetto del sabato! Gesù plasticamente rimette in ordine la corretta interpretazione della norma ponendo nel mezzo l’uomo dalla mano inaridita. È l’uomo ad essere al centro, non l’osservanza di una pur giusta regola! Dio ha donato agli uomini le regole perché essi siano più liberi!

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C

Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
Colui che non porta la propria croce e non mi segue non può essere mio discepolo.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc,14,25-33)
Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Parola del signore.

RIFLESSIONI

Che parole dure e meravigliose!
Sì, non so se abbiamo letto bene, Gesù parla di odiare, di portare la croce, di calcolare, di rinunciare! Parole forti ma vere. Gesù intende dirci che se non odiamo quelle mentalità familiari o sociali che chiudono al bene o che privano i figli delle libertà di donarsi perché i figli sono proprietà e diritto, non potremmo mai essere discepoli di Gesù. Dovremmo avere il coraggio di dire ai figli: “Se io ti privo di fare il bene: fare un lavoro lontano da casa, fare un’opera di carità; andare ad aiutare i poveri, andare a combattere l’ingiustizia, rispondere alla vocazione, perché ho paura che tu possa allontanarti da me o rischiare la vita per il bene, devi odiare le mie parole, perché ti portano lontano da Dio e dal realizzare la tua felicità”.
I figli sono un dono, non una proprietà! Perciò Gesù ci dice che per seguirlo ci vuole coraggio: coraggio nel prendere la croce (solo i vili camminano schiacciando le croci degli altri, e anche se sembrano più in alto per via di quello che mettono sotto i piedi, non sono discepoli di Gesù). Gesù concretamente ci dice: è inutile che vai in chiesa per sederti al primo posto o portare la statua del santo o essere il responsabile di quello o quell’altro se poi sei disonesto a lavoro o in famiglia; è inutile che sparli degli altri per metterli in cattiva luce o per avere i tuoi titoli: agli occhi di Dio non sei Suo discepolo. Se non smetti di pensare ad ammassare ricchezza non sei discepolo di Gesù! Gesù è il mistero della chiarezza dell’Amore: non possiamo negare la chiarezza delle sue parole, perciò chiediamo la grazia della semplicità di cuore, per poterle accogliere e metterle in pratica.
Tutti dobbiamo fare un esame di coscienza su quali sono le nostre ricchezze che ci impediscono di avvicinare Gesù nella strada della vita. Si tratta di ricchezze che derivano dalla nostra cultura. La prima ricchezza è il benessere. La cultura del benessere che ci fa poco coraggiosi, ci fa pigri, ci fa anche egoisti. A volte il benessere ci anestetizza, perché in fin dei conti stiamo bene nel benessere. Anche di fronte alla scelta di avere un figlio, ci si lascia spesso condizionare dal benessere. (Il Papa ha immaginato un dialogo tra una coppia di sposi): «No, no, più di un figlio, no! Perché non possiamo fare le vacanze, non possiamo andare qua, non possiamo comprare la casa; no! Va bene seguire il Signore, ma fino a un certo punto…. È questo che fa il benessere! Ma questo ci getta giù, ci spoglia di quel coraggio forte per andare vicino a Gesù. Eppure questa è la prima ricchezza della nostra cultura d’oggi. La cultura del benessere. (Papa Francesco).

Sabato Della XXII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?
Il Figlio dell’Uomo è Signore del sabato.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,1-5)
Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’Uomo è Signore del sabato». Parola del Signore.

RIFLESSIONE

Un sabato Gesù passava fra campi di grano.
La religione dei farisei è di una tristezza infinita.
Manca in essa il cuore del Padre. La vera religione è il cuore del Padre che vive nel cuore dell’uomo. Se si toglie il cuore del Padre, si precipita in quell’ateismo religioso o in quell’idolatria vissuta in nome di Dio che devasta menti e cuori. Dal cuore senza Dio, privo di esso, i farisei giudicano e condannano il cuore di Dio che vive tutto in Gesù Signore.
Se manca il cuore di Dio, quello vero, manca anche il cuore dell’uomo. Devono necessariamente abitare i due cuori: quello di Dio e quello di ogni altro uomo. Al cuore dell’uomo si deve offrire il cuore di Dio, perché anche in esso possa abitare il Signore. È nel momento in cui il cuore di Dio vive nel cuore dell’uomo, che questi diviene persona di vera religione.
I farisei sono privi del cuore di Dio nel loro cuore. Danno quello che hanno: esteriorità, confusione, assenza di misericordia e di pietà, giudizio e condanna. Danno una legge priva del suo più autentico contenuto di salvezza. Il dono della legge è sempre dono di purissima luce. Dare una legge di tenebre è opera diabolica.
A quanti lo accusano di trasgredire la legge, Gesù risponde con un esempio di trasgressione della legge operata da Davide mentre fuggiva per porre in salvo la sua vita minacciata da Saul. Lui entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, pani santissimi e ne mangiò lui e i suoi compagni. Questi pani erano riservati solo ai sacerdoti. Perché il sacerdote del tempo permise questo? Perché in quel sacerdote abitava il cuore del Padre e secondo il cuore del Padre interpretava la sua legge.
Questa regola vale anche per noi cristiani. O camminiamo con il cuore del Padre nel nostro cuore ed allora sappiamo sempre interpretare la sua Parola, caso per caso, persona per persona, momento storico per momento storico, oppure facciamo della sua Parola uno strumento di esclusione dal regno e dalla vita. Il cuore del Padre abita solo in Cristo Gesù. Si diventa con Cristo un solo cuore, il cuore del Padre diviene nostro, lo Spirito Santo ci illumina, sappiamo cosa dare ogni giorno ai nostri fratelli.
Perché Gesù afferma di se stesso che il Figlio dell’uomo è signore del sabato? Perché Lui avendo nel suo cuore il cuore del Padre, nello Spirito Santo conosce la volontà del Padre sul sabato e secondo la divina verità Lui insegna come osservarlo. I farisei invece non sono signori di esso, perché nel loro cuore abita la falsità, la menzogna, abita satana e sempre daranno alla legge del Signore una interpretazione errata. Essi sanno fare della legge del Signore uno strumento di odio, non di amore verso Dio.
Spesso anche il Vangelo, recitato alla lettera, senza il cuore di Cristo nel nostro cuore, diviene strumento di condanna, non lieto annunzio, buona notizia, messaggio di gioia e di pace. Dobbiamo sempre ricordarci che la lettera della Legge e del Vangelo, la lettera della verità anche di fede sempre uccide. Lo Spirito invece vivifica. Lo Spirito della Legge e del Vangelo, della verità e della fede, è lo Spirito del Padre, che abita tutto nel cuore di Cristo Signore. Si entra in questo cuore, si rimane in esso, si entra in comunione perfetta con lo Spirito di Dio e sempre noi sapremo dare al Vangelo di Cristo Gesù, la sua verità. Sempre lo trasformeremo in un messaggio di gioia e di vita. Questo non significa che lo priveremo della sua verità. Faremo di essa una gioia.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci vero cuore di Gesù.

Venerdì Della XXII Settimana del Tempo Ordinario Anno C

I farisei e i loro scribi dissero a Gesù:
I discepoli di Giovanni e dei farisei digiunano;
i tuoi invece mangiano e bevono!

TESTO:-
Dal Vangelo secondo (Lc 5,33-39)

I farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”». Parola del Signore.

RIFLESSIONE

Il Signore Gesù con la sua venuta tra noi e con l’annuncio del suo vangelo instaura il suo Regno tra noi. È un annuncio di novità e di gioia perché si sta attuando un piano di liberazione e di salvezza, disegnato da Dio stesso. Egli viene a sciogliere i lacci del peccato, viene a liberare gli oppressi, viene a ridare la libertà ai prigionieri, viene a stabilire con tutti noi un nuovo patto di alleanza, basato non più sulla costrizione e sulla paura, ma solo sull’amore. Per questo Gesù si paragona ad uno sposo, innamorato dell’umanità, con cui vuole celebrare le sue nozze. È tempo di gaudio e di gioia perciò e non di digiuno e di penitenza. Tutti sono invitati alle nozze di Cristo. «Potete far digiunare gli invitati a nozze, mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni in cui lo sposo sarà portato via da loro; allora, in quei giorni, digiuneranno». Intravediamo in queste parole sia la natura della missione di Cristo, sia ancora un preannuncio della sua e nostra risurrezione. La stessa sua presenza è però già motivo di gaudio: egli è per tutti la garanzia vivente del ritorno a Dio, egli stesso è il Dio con noi, in lui si stanno adempiendo tutte le promesse. Già il profeta Isaia aveva predetto questa novità e questi momenti: «Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vedete, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Solo coloro che hanno sperimentato le più dure schiavitù e le più estenuanti prigionie sanno descrivere la gioia della riconquistata libertà. È davvero la riscoperta di un mondo nuovo, di tante realtà che sembravano scomparse per sempre, di affetti che sembravano perduti e poi riconquistati con una più forte intensità. L’azione salifica di Cristo è una liberazione totale, è per noi una vera rinascita con una dignità nuova, quella di figli di Dio. Ancora oggi, quando scopriamo e sappiamo vivere i motivi profondi della gioia cristiana, scompaiono per noi i motivi del lutto e del digiuno e ci è dato di rallegrarci nel Signore. Non è poi difficile scoprire le cause del nostro lutto e delle nostre più profonde tristezze: ci manca lo sposo e non siamo tra gli invitati alle nozze; abbiamo anche noi accampato qualche scusa per non aderire all’invito.