XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 20,1-16)
Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Gesù ci svela quanto la sua logica sia diversa dalla nostra e la superi. 
Nella sua vigna c’è spazio per tutti e ogni ora può essere quella giusta. Così come ogni nostra situazione di vita deve essere la vigna che ci è affidata per curarla e metterla in grado di portare molto frutto e questo non per rinchiuderci egoisticamente in un ambito ristretto ma per riconoscerci, a partire dal concreto dell’esistenza, “lanciati sulle frontiere della storia”, per essere cioè veri evangelizzatori e missionari.
Siamo tutti pronti a riconoscerci tra gli operai che hanno accettato l’invito della prima ora, ma quale potrà essere la chiamata che il Signore ci riserva per l’ultima ora, per la sera della nostra vita?
Riconoscersi tra i chiamati alla salvezza deve significare renderci disponibili ad accogliere ogni chiamata, anche la meno gratificante, la più difficile e dolorosa.

Sabato XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A

Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A
San Pio da Pietrelcina   
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 8,4-15)
Il seminatore uscì a seminare il suo seme.
Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 8,4-15)

In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

San Pio nacque a Pietrelcina presso Benevento (Italia) nel 1887. Entrò nell’ordine dei Frati minori cappuccini e, promosso al presbiterato, esercitò con grandissima dedizione il ministero sacerdotale soprattutto nel convento di San Giovanni Rotondo in Puglia. Servì nella preghiera e nell’umiltà il popolo di Dio attraverso la direzione spirituale, la riconciliazione dei penitenti e una particolare cura per i malati e i poveri. Pienamente configurato a Cristo Crocifisso, portò a compimento il suo cammino terreno il 23 settembre 1968.

La custodiscono e producono frutto con perseveranza
Perché sulla terra si costruisca il regno dei cieli la sola cosa necessaria è che venga seminata la Parola di Dio. Uno può essere l’uomo più pieno di carità di questo mondo, può dare anche il suo corpo per essere mangiato, tutte le sue sostanze per essere consumate, ma se non annunzia la Parola il regno dei cieli non nasce nei cuori. La carità, l’elemosina, ogni altra opera di bene serve per accreditarci come veri discepoli di Gesù. La carità ci accredita, la semina della Parola ci fa suoi missionari, ci costituisce costruttori del regno di Dio sulla nostra terra. Sostituire la Parola con la carità è stoltezza, è tentazione di Satana. La carità si aggiunge, non è mai sostitutiva.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20).
I discepoli devono andare, fare discepoli di Gesù tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che Lui ha comandato, cioè la Parola, il Vangelo. Perché questo non avvenga Satana si serve di due potentissime tentazioni: la sostituzione della Parola di Gesù con la parola dell’uomo, sia essa anche teologica, filosofica o di altra natura; la sostituzione della Parola con le opere della carità. Una doccia e un piatto caldo vengono dati al posto della Parola. Così però nessun regno di Dio verrà mai edificato nel mondo.
Il missionario di Gesù deve sapere che non tutta la sua Parola produrrà frutti di vita eterna. Parte di essa cade sulla strada e viene divorata dagli uccelli. Parte cade sul terreno sassoso e non ha alcuna vitalità da parte della terra e per questo secca ai primi raggi del sole. Parte cade tra le spine e queste la soffocano e le impediscono di produrre frutti. Parte però cade sul terreno buono ed essa produce cento volte tanto. La Parola va seminata su ogni terreno. Il missionario non può stabilire lui su quale terreno seminare. Lui è mandato per dare la Parola a tutti sempre.
Mai si dovrà scoraggiare se vede che alcuni terreni non producono alcun frutto. Anche questo fa parte della sua missione: la non fruttificazione della Parola. A lui non è stato chiesto di vigilare su chi fruttifica e su chi non fruttifica. Il suo compito è specifico: seminare sempre, su ogni terreno. Ogni altra cosa è compito della grazia, dello Spirito Santo. Far fruttificare è il compito di Dio. Se però noi non seminiamo ininterrottamente, Dio mai potrà far fruttificare il suo seme. Non lo abbiamo posto nei cuori.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci seminatori della Parola.

Venerdì XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A

Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 8,1-3)
Gesù se ne andava per città e villaggi
annunciando il regno di Dio.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 8,1-3)
In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Nella sua vita pubblica Gesù ha suscitato la dedizione di molte donne, che lo seguivano assistendo generosamente con i propri beni lui e i Dodici. Certamente esse non “consideravano la pietà come fonte di guadagno”, come san Paolo scrive a Timoteo. Erano donne che erano state guarite e liberate dal Signore e per questo gli erano devote, avendo ricevuto da lui il vero senso della loro vita. Tutti gli evangelisti parlano di queste donne, ma gli altri solamente alla fine del Vangelo, nel racconto della passione, perché esse furono fedeli fino alla fine, mentre gli Apostoli si erano dispersi. E le troviamo al mattino della risurrezione, perché furono le prime a giungere al sepolcro.
Gesù capisce profondamente il cuore delle donne, ne conosce la generosità, la profondità dei sentimenti e vuole che le donne siano con lui, perché gli sono utili nel suo ministero. Egli ha chiamato i Dodici perché stessero con lui, e ha chiamato, perché stessero con lui, anche queste donne.
Luca, dicevo, è l’evangelista che ne parla di più, perché il suo è il Vangelo dei rapporti personali, intimi con il Signore, della dedizione a lui. San Matteo ha una prospettiva più ampia: parla a tutta la Chiesa; san Marco è specialmente preso dal mistero della persona di Gesù; Luca invece è proprio l’evangelista della donazione personale al Signore e per questo è più interessato ai rapporti interpersonali, più sensibile al ruolo delle donne nella vita di Gesù e dei suoi apostoli. San Matteo, per esempio, parla dell’infanzia di Gesù dal punto di vista di Giuseppe, mentre Luca si pone nella prospettiva di Maria e riporta nel suo Vangelo molti episodi in cui compaiono le donne, che gli altri evangelisti non hanno conservato: per esempio la risurrezione del figlio della vedova di Nain. Ed è ancora solo Luca che, al momento della passione, parla del pianto delle donne di Gerusalemme.
Preghiamo perché gli Apostoli e i cristiani del nostro tempo sappiano evitare tutte le contese, le questioni oziose, che non sono la vera, la sana dottrina secondo la pietà. Preghiamo perché sappiano evitare la grande tentazione della ricerca del denaro. Preghiamo per coloro che vogliono arricchirsi ad ogni costo, perché capiscano che il desiderio smodato del denaro è la radice di tutti i mali. Preghiamo perché gli Apostoli e tutti i cristiani tendano ai veri beni: la fede, la carità, la pazienza, la mitezza. E chiediamo che tutti siano guariti “da spiriti cattivi e da infermità”, come le donne di cui parla il Vangelo. Preghiamo perché tutti possano raggiungere la vita eterna alla quale sono chiamati.

Giovedì XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A

Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A
SAN MATTEO
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 9,9-13)
Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 9.9-13)

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori». Parola del Signore.

RIFLESSIONE

Nel Vangelo odierno Matteo stesso racconta la propria chiamata da parte di Gesù. San Gerolamo osservava che soltanto lui, nel suo Vangelo, indica se stesso con il proprio nome: Matteo; gli altri evangelisti, raccontando lo stesso episodio, lo chiamano Levi, il suo secondo nome, probabilmente meno conosciuto, quasi per velare il suo nome di pubblicano. Matteo invece insiste in senso contrario: si riconosce come un pubblicano chiamato da Gesù, uno di quei pubblicani poco onesti e disprezzati come collaboratori dei Romani occupanti. I pubblicani, i peccatori chiamati da Gesù fanno scandalo.
Matteo presenta se stesso come un pubblicano perdonato e chiamato, e così ci fa capire in che cosa consiste la vocazione di Apostolo. E prima di tutto riconoscimento della misericordia del Signore.
Negli scritti dei Padri della Chiesa si parla sovente degli Apostoli come dei “principi”; Matteo non si presenta come un principe, ma come un peccatore perdonato. Ed è qui ripeto il fondamento dell’apostolato: aver ricevuto la misericordia del Signore, aver capito la propria povertà e pochezza, averla accettata come il “luogo” in cui si effonde l’immensa misericordia di Dio: “Misericordia io voglio; non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Una persona che abbia un profondo sentimento della misericordia divina, non in astratto, ma per se stessa, è preparata per un autentico apostolato. Chi non lo possiede, anche se è chiamato, difficilmente può toccare le anime in profondità, perché non comunica l’amore di Dio, l’amore misericordioso di Dio. ~ vero Apostolo, come dice san Paolo, è pieno di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, avendo esperimentato per se stesso la pazienza, la mansuetudine e l’umiltà divina, se si può dire così: l’umiltà divina che si china sui peccatori, li chiama, li rialza pazientemente.
Domandiamo al Signore di avere questo profondo sentimento della nostra pochezza e della sua grande misericordia; siamo peccatori perdonati. Anche se non abbiamo mai commesso peccati gravi, dobbiamo dire come sant’Agostino che Dio ci ha perdonato in anticipo i peccati che per sua grazia non abbiamo commesso. Agostino lodava la misericordia di Dio che gli aveva perdonato i peccati che per sua colpa aveva commesso e quelli che per pura grazia del Signore aveva evitato. Tutti dunque possiamo ringraziare il Signore per la sua infinita misericordia e riconoscere la nostra povertà di peccatori perdonati, esultando di gioia per la bontà divina.

Mercoledì XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A

Mercoledì della XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 7,31-35)
Ma la Sapienza è stata riconosciuta
giusta da tutti i suoi figli.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 7,31-35)

In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli. Lc 7, 35 “Gesù e la sapienza”.
Luca ci narra di un Gesù sempre in movimento: di paese in paese, dal nord della Palestina, attraverso la Samaria, fino a Gerusalemme. Un muoversi mirato, motivato dal desiderio di raggiungere il cuore delle situazioni che vincolano o liberano l’uomo. Abbiamo visto Gesù affrontare la malattia e la morte. Oggi egli constata e si ferma sulle bizze dell’uomo! Un atteggiamento infantile, logico da ritrovarsi nei bambini, fuori luogo negli adulti che manifesta quel non essere mai contenti, mai soddisfatti di nulla. Quella propensione a vedere il negativo dappertutto e criticare chiunque e qualunque cosa, perennemente alla ricerca dell’isola che non c’è. Lo scuotimento di cui sono intrise le parole di Gesù, vuole che si aprano gli occhi sulla Sapienza. Scritta con la S maiuscola, questa citazione ci rimanda al libro scritto pochi decenni prima della nascita di Gesù, oggi l’ultimo dell’antico testamento, il libro che parla della personificazione della sapienza che testimonia al mondo che Dio ha fatto l’uomo a sua immagine, per l’immortalità. Sono i figli che hanno nel loro DNA la capacità di riconoscere la Sapienza e di goderne la giustizia.
Signore donaci la sapienza e fa’ che le nostre scelte, le nostre interpretazioni siano sempre in sintonia con la tua giustizia.

Martedì XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A

Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 7,11-17)
Ragazzo, dico a te, àlzati!

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 7,11-17)

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Il racconto della risurrezione del figlio della vedova di Nain presenta due atteggiamenti di Gesù: la sua compassione e il miracolo che egli compie. Spontaneamente noi siamo portati a rilevare più il miracolo, ma la cosa più grande è la compassione di Gesù:
“il Signore ne ebbe compassione, e le disse: “Non piangere!”. E accostatosi toccò la bara”. E il figlio di Dio che si avvicina, si fa prossimo al dolore umano e gli offre consolazione, senza neppure esserne richiesto: “Giovinetto, dico a te, alzati! E lo diede alla madre”. L’espressione di Luca è identica a quella che troviamo nel Libro dei Re al racconto della risurrezione del figlio della vedova per mezzo di Elia e anticipa il giudizio del popolo: “Un grande profeta è sorto tra noi”. Gesù è un grande profeta, come Elia, come Eliseo.
Qui l’evangelista chiama Gesù “Signore”, per la prima volta dopo il racconto della nascita: la vittoria sulla morte incomincia a manifestare Gesù come Signore, padrone di tutte le cose, della vita e della morte. Così si fa chiaro il significato messianico di questo episodio.
Soltanto Luca, tra gli evangelisti, riporta questo miracolo, che mette in evidenza la tenerezza di Gesù per gli umili e i poveri, come tanti altri passi del Vangelo lucano, nel quale la misericordia divina risplende in modo particolare.
Ringraziamo il Signore di essersi fatto conoscere da noi attraverso gli occhi dei suoi evangelisti e apriamo il cuore alla sua carità, alla sua compassione, perché egli lo trasformi e lo renda davvero sempre più assomigliante al suo.

Lunedì XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A

Lunedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario Anno A
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 7,1-10)
Di’ una parola e il mio servo sarà guarito.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 7,1-10)

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano -, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito. Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Durante la sua vita la missione di Gesù era necessariamente ristretta: egli era mandato a predicare il Vangelo del regno al popolo eletto, secondo le promesse divine.
La sua prospettiva però non era ristretta, perché sapeva benissimo che Dio aveva promesso, per mezzo della discendenza di Abramo, la benedizione per tutte le nazioni. Questo allargamento universale è stato reso possibile ed effettivo grazie al mistero pasquale di Cristo; tuttavia anche prima alcuni episodi evangelici lo lasciavano prevedere. Oggi ne leggiamo uno molto significativo: un centurione esprime la sua fede nell’intervento di Gesù per la guarigione di un suo servo.
La distanza tra i pagani e il popolo eletto si manifesta nell’atteggiamento di quest’uomo, che umilmente non vuole nemmeno disturbare il Signore: non lo chiama, non lo invita ad andare a casa sua, lo prega di comandare da lontano alla malattia: “Comanda con una parola e il mio servo sarà guarito”.
Però, d’altra parte, questa manifestazione di fede dimostra che la grazia lavorava anche nel cuore dei pagani, con risultati meravigliosi, anzi Gesù esclama: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”. La Chiesa ha scelto, proprio per il momento prima della comunione, le parole del centurlone:
“Non sono degno che tu venga nella mia casa, ma di’ soltanto una parola e la mia anima sarà guarita.

XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO A

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 18,21-5)
Servo malvagio, io ti ho condonato tutto,
Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno.

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Matteo. (Mt 18,21-5)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

Quante volte devo perdonare? Buon senso, opportunità, giustizia umana sono termini insufficienti per comprendere adeguatamente la morale cristiana; e non solo perché Cristo è venuto a perfezionare la legge. “Occhio per occhio e dente per dente”, come fu detto agli antichi è una norma che Cristo, nella sua autorità di legislatore supremo, dichiara superata. Ma c’è qualche cosa di più. Dopo la morte redentiva di Cristo l’uomo si trova in una situazione nuova: l’uomo è un perdonato. Il debito gli è stato rimesso, la sua condanna cancellata. “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). Il Padre ormai ci vede in Cristo: figli giustificati. Il mio peccato può ancora indebolire il mio rapporto filiale con il Padre, ma non può eliminarlo. Più che dal suo peccato l’uomo è determinato dal perdono infinitamente misericordioso di Dio: “Il peccato dell’uomo è un pugno di sabbia – così san Serafino di Sarov – la misericordia divina un mare sconfinato”. La miseria umana s’immerge nell’accoglienza purificatrice di Dio. Se questa è la novità portata da Cristo, anche il perdono umano deve adeguarsi ai parametri divini: “Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro” (Lc 6,36). Se il Padre guarda l’uomo come perdonato in Cristo, io non lo posso guardare come un condannato. Se il Padre ci accoglie in Cristo così come siamo per trasfigurarci in lui, l’accoglienza benevola diventa un bisogno della vita, una beatitudine. La comunità cristiana non pretende di essere una società di perfetti, ma vuole essere un luogo di perdono, una società di perdonati che ogni giorno gusta la gioia della benevolenza paterna e desidera renderla manifesta nel perdono reciproco.

Sabato XXIII settimana del Tempo Ordinario Anno A

Sabato della XXIII settimana del Tempo Ordinario Anno A
Santi Cornelio e Cipriano
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 6,43-49)
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 6,43-49)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande». Parola del Signore.

RIFLESSIONI

CORNELIO (210 c. – 253), pontefice e pastore di animo grande e misericordioso, molto operò per il recupero e la riconciliazione dei cristiani che avevano ceduto alle persecuzioni, mentre difese l’unità della Chiesa contro gli scismatici novaziani, confortato dalla solidarietà di san Cipriano. Morì a Civitavecchia (Roma), esiliato dall’imperatore Gallo, e fu sepolto nel cimitero di Callisto.
CIPRIANO (Cartagine, Tunisia, 210 c. – Sesti, presso Cartagine, 14 settembre 258), convertitosi dal paganesimo nel 245, divenne vescovo di Cartagine nel 249. Fra i massimi esponenti, insieme a Tertulliano, della prima latinità cristiana, nel suo magistero diede un notevole contributo alla dottrina sull’unità della Chiesa raccolta intorno all’Eucaristia sotto la guida del vescovo. Morì martire nella persecuzione di Valeriano.
I loro nomi sono nell’elenco del Canone Romano.

La sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda
Oggi Gesù ci rivela una grande verità.
Ogni nostra parola è il frutto del nostro albero. Se l’albero del nostro cuore è buono, esso produce parole buone. Se invece è cattivo, sempre produrrà parole cattive. Vedendo il frutto, all’istante si riconosce l’albero. Nessuno pensi di raccogliere frutti buoni dall’albero cattivo del suo cuore. Ognuno rassicuri se stesso: se il suo cuore è buono, anche le sue parole saranno buone. Questa verità è mirabilmente illuminata da San Giacomo.
Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo: tutti infatti pecchiamo in molte cose. Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce (Gc 3,1-12).
Nessuno potrà mai governare la lingua se non governa il cuore. Il cuore in un solo modo lo si governa: togliendo dal nostro petto con la potenza dello Spirito Santo quello di pietra per metterne al suo posto uno di carne, tutto spirituale, formato ogni giorno alla verità e alla carità di Cristo Gesù. È questo un lavoro ininterrotto. Mai finisce. Sempre all’inizio. Ce ne accorgiamo quando il cuore non è tutto spirituale dalle parole poco sante che escono dalla nostra bocca. Sono esse a rivelarci lo stato della nostra anima e del nostro spirito. Una parola santa rivela un cuore santo. Una parola di peccato, menzogna, egoismo, idolatria rivela un cuore di peccato.
Il cuore va quotidianamente costruito, edificato, forgiato sulla parola di Gesù. È la Parola del Vangelo il sano e sostanzioso nutrimento del nostro cuore. Chi nutre il cuore con il Vangelo, lo rende stabile per sempre. Possono esserci anche le tempeste spirituali più brutte e violente, ma il cuore resiste. È fondato sulla Parola di Gesù. Se invece è fondato sulla sabbia delle parole umane, delle filosofie umane, dei pensieri umani, allora al primo leggero soffio di vento, il cuore crolla, diviene una canna sbattuta dal vento, si abbandona ad ogni teoria, segue ogni moda. Molti sono i cuori che ogni giorno crollano sotto le tempeste della tentazione, perché non saldamente radicati in Cristo e nel suo Vangelo. È la Parola della Buona Novella la roccia di vera stabilità della nostra vita spirituale. Chi si edifica e si innalza sopra di essa rimarrà stabile in eterno. Non ci saranno tentazioni per lui. La sua casa sarà sempre salda.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, costruiteci sulla Parola.

Venerdì XXIII settimana del Tempo Ordinario Anno A

Venerdì della XXIII settimana del Tempo Ordinario Anno A
Beata Vergine Maria Addolorata
Dal Vangelo secondo Giovanni. (Gv 19,25-27)
Gesù disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio!
Poi disse al discepolo: Ecco tua madre!

TESTO:-
Dal Vangelo secondo Giovanni. (Gv 19,25-27)

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Parola del Signore.Oppure (Anche a te una spada trafiggerà l’anima)TESTO:-
Dal Vangelo secondo Luca. (Lc 2,33-35)
In quel tempo, il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». Parola del Signore.

Sequenza latino

Stabat Mater dolorosa
iuxta Crucem lacrimosa,
dum pendebat Fílius.

Cuius animam gementem,
contristátam et dolentem,
pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigeniti!

Quae maerebat, et dolebat,
Pia Mater, dum videbat
Nati poenas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si videret
in tanto supplício?

Quis non posset contristári,
Christi Matrem contemplári
dolentem cum Fílio?

Pro peccátis suae gentis
vidit Iesum in tormentis,
et flagellis súbditum

Vidit suum dulcem natum
moriendo desolátum,
dum emísit spíritum.

Eia Mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
in amándo Christum Deum,
ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
crucifíxi fige plagas
cordi meo válide.

Tui nati vulneráti,
Tam dignati pro me pati,
poenas mecum dívide.

Fac me tecum pie flere,
Crucifíxo condolere,
donec ego víxero.

Iuxta Crucem tecum stare,
et me tibi sociáre
in planctu desídero.

Virgo vírginum præclára,
mihi iam non sis amára:
fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
passiónis fac consórtem,
et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
fac me Cruce inebriáriet
cruóre Fílii.

Flammis ne urar succensus,
per te, Virgo,
sim defensus in die iudícii.

Christe, cum sit hinc exíre,
da per Matrem me veníre
ad palmam victóriæ.

Quando corpus morietur,
fac ut animæ donetur
paradísi glória.

Sequenza Italiano

Addolorata, in pianto
la Madre sta presso la Croce
da cui pende il Figlio.

Immersa in angoscia mortale
geme nell’intimo del cuore
trafitto da spada.

Quanto grande è il dolore
della benedetta fra le donne,
Madre dell’Unigenito!

Piange la Madre pietosa
contemplando le piaghe
del divino suo Figlio.

Chi può trattenersi dal pianto
davanti alla Madre di Cristo
in tanto tormento?

Chi può non provare dolore
davanti alla Madre che porta
la morte del Figlio?

Per i peccati del popolo suo
ella vede Gesù nei tormenti
del duro supplizio.

Per noi ella vede morire
il dolce suo Figlio,
solo, nell’ultima ora.

O Madre, sorgente di amore,
fa’ ch’io viva il tuo martirio,
fa’ ch’io pianga le tue lacrime.

Fa’ che arda il mio cuore
nell’amare il Cristo-Dio,
per essergli gradito.

Ti prego, Madre santa:
siano impresse nel mio cuore
le piaghe del tuo Figlio.

Uniscimi al tuo dolore
per il Figlio tuo divino
che per me ha voluto patire.

Con te lascia ch’io pianga
il Cristo crocifisso
finché avrò vita.

Restarti sempre vicino
piangendo sotto la croce:
questo desidero.

O Vergine santa tra le vergini,
non respingere la mia preghiera,
e accogli il mio pianto di figlio.

Fammi portare la morte di Cristo,
partecipare ai suoi patimenti,
adorare le sue piaghe sante.

Ferisci il mio cuore con le sue ferite,
stringimi alla sua croce,
inebriami del suo sangue.

Nel suo ritorno glorioso
rimani, o Madre, al mio fianco,
salvami dall’eterno abbandono.

O Cristo,
nell’ora del mio passaggio
fa’ che, per mano a tua Madre,
io giunga alla meta gloriosa.

Quando la morte dissolve il mio corpo aprimi,
Signore, le porte del cielo,
accoglimi nel tuo regno di gloria.

RIFLESSIONI

Il mondo ha tanto bisogno di compassione e la festa di oggi ci dà una lezione di compassione vera e profonda. Maria soffre per Gesù, ma soffre anche con lui e la passione di Cristo è partecipazione a tutto il dolore dell’uomo.
Leggiamo nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. La passione di Gesù si è impressa nel cuore della madre, queste forti grida e lacrime l’hanno fatta soffrire, il desiderio che egli fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo. Ma nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre.
Per questo la compassione di Maria è vera: perché ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza.
La nostra compassione molto spesso è superficiale, non è piena di fede come quella di Maria. Noi facilmente vediamo, nella sofferenza altrui, la volontà di Dio, ed è giusto, ma non soffriamo davvero con quelli che soffrono.
Chiediamo alla Madonna che unisca in noi questi due sentimenti che formano la compassione vera: il desiderio che coloro che soffrono riportino vittoria sulla loro sofferenza e ne siano liberati e insieme una sottomissione profonda alla volontà di Dio, che è sempre volontà di amore.

SE ASCOLTATE OGGI LA VOCE DEL SIGNORE NON INDURITE I VOSTRI CUORI